Per secoli la vendemmia non è stata soltanto un lavoro agricolo, ma il momento più atteso dell'anno nelle campagne. La raccolta dell'uva coinvolgeva intere famiglie e comunità, scandiva il passaggio dall'estate all'autunno e si chiudeva con feste, canti e riti che in parte sopravvivono ancora oggi. Ripercorrere queste tradizioni significa scoprire un pezzo importante della cultura contadina italiana ed europea, in cui fatica e festa andavano sempre di pari passo.

Dalle feste di Bacco ai riti cristiani

Le radici delle celebrazioni legate al vino affondano nel mondo antico. In Grecia il culto di Dioniso era strettamente connesso alla vite e al vino nuovo, con feste che accompagnavano le diverse fasi della produzione. I Romani, che venerarono lo stesso dio con il nome di Bacco, avevano nel loro calendario le Vinalia: le Vinalia Rustica, celebrate in agosto, erano legate alla protezione dei vigneti in vista del raccolto, mentre in ottobre le Meditrinalia segnavano il momento in cui si assaggiava il mosto nuovo insieme a quello vecchio, con una formula augurale per la salute.

Con la diffusione del cristianesimo molte di queste usanze si trasformarono, assumendo un significato religioso. Nella tradizione delle Chiese orientali, e per lungo tempo anche in quella latina, la festa della Trasfigurazione, il 6 agosto, era associata alla benedizione dei primi grappoli. In tante parrocchie di campagna il parroco benediceva le vigne per invocare un buon raccolto e proteggerle dalla grandine, e non era raro che si portasse in chiesa l'uva appena colta come segno di ringraziamento. Il calendario contadino trovava poi un altro punto fermo in San Martino, l'11 novembre, quando si apriva il vino nuovo: il proverbio "a San Martino ogni mosto diventa vino" è noto in molte regioni.

Il lavoro collettivo e la pigiatura coi piedi

La vendemmia tradizionale era un'impresa corale. Parenti, vicini e braccianti si spostavano da una vigna all'altra, aiutandosi a vicenda in uno scambio di lavoro che non prevedeva necessariamente un compenso in denaro. Uomini e donne tagliavano i grappoli con roncole o forbici, li raccoglievano in cesti e li versavano nelle gerle o nelle bigonce, i grandi recipienti di legno portati a spalla o caricati sui carri trainati da buoi e muli. I bambini partecipavano anch'essi, raccogliendo gli acini caduti o portando acqua e cibo ai lavoratori.

Il momento più celebre, oggi riproposto in molte rievocazioni, era la pigiatura coi piedi. L'uva veniva rovesciata in grandi tini di legno o in vasche di pietra, e uomini e donne a piedi nudi la schiacciavano per far uscire il mosto. Era un lavoro faticoso ma anche allegro, spesso accompagnato da canti che aiutavano a tenere il ritmo. In Sicilia, soprattutto nell'area dell'Etna, restano ancora numerosi palmenti, costruzioni in pietra lavica dotate di vasche per la pigiatura e di torchi, che testimoniano come questa fase si svolgesse direttamente vicino ai vigneti. In Portogallo la pigiatura a piedi nei lagares di granito è ancora praticata da alcuni produttori della valle del Douro per i vini più pregiati, e in Spagna la cosiddetta pisa de la uva è uno dei momenti simbolici delle feste di vendemmia di Jerez.

Accanto alla raccolta vera e propria esisteva un'altra usanza diffusa: la racimolatura, o spigolatura dell'uva. Una volta terminata la vendemmia, ai più poveri era spesso consentito entrare nelle vigne per cercare i grappoli rimasti sulle piante. Era una forma di solidarietà consuetudinaria, simile a quella che riguardava le spighe nei campi di grano dopo la mietitura.

Canti, cibo e la festa di fine vendemmia

Il canto era il compagno inseparabile delle giornate tra i filari. In tutta Italia sono stati raccolti dagli studiosi di tradizioni popolari canti di vendemmia, stornelli e canzoni a botta e risposta che i vendemmiatori si scambiavano da una fila all'altra. Erano canti d'amore, di scherzo e talvolta di sfida, che rompevano la monotonia del lavoro e favorivano anche incontri e corteggiamenti tra i giovani. La vendemmia, infatti, era una delle poche occasioni in cui ragazzi e ragazze lavoravano fianco a fianco, e non pochi matrimoni nascevano proprio tra i filari.

Anche il cibo aveva un ruolo centrale. Durante le pause si consumavano pane, formaggio, salumi, olive e frutta, e alla fine della giornata il padrone della vigna offriva spesso un pasto più abbondante. Dal mosto si ricavavano preparazioni tipiche che ancora oggi segnano l'autunno in varie regioni: il mosto cotto, chiamato anche sapa o vino cotto, usato come dolcificante; la mostarda d'uva; i mostaccioli e, in Sicilia, la mostarda di mosto rappresa e aromatizzata, servita a cubetti o in piccoli stampi.

Il culmine era la festa di fine vendemmia, celebrata quando l'ultimo grappolo era stato raccolto. In molte zone si addobbava l'ultimo carro con rami di vite, fiori e nastri, e lo si accompagnava in corteo fino alla cantina tra musica e canti. Seguiva un grande banchetto con balli all'aperto, al suono di organetti, fisarmoniche e tamburelli. In Borgogna questo pranzo conclusivo prende il nome di paulée, ed è diventato nel tempo un vero e proprio evento enogastronomico. In Francia esisteva anche il ban des vendanges, la proclamazione ufficiale della data di inizio della raccolta, che un tempo spettava alle autorità locali e serviva a evitare che qualcuno vendemmiasse uve ancora acerbe.

Le tradizioni che sopravvivono oggi

Con la meccanizzazione e la trasformazione delle campagne molte di queste usanze sono scomparse dalla vita quotidiana, ma non dalla memoria collettiva. Numerosi paesi organizzano ogni anno feste dell'uva che ne ripropongono lo spirito. Una delle più famose in Italia è la Sagra dell'Uva di Marino, nei Castelli Romani, nata negli anni Venti del Novecento e celebre per la fontana che, durante la festa, versa vino invece di acqua. Altrove si tengono sfilate di carri allegorici, gare di pigiatura, rievocazioni in costume e degustazioni di mosto.

Anche molte aziende vinicole, soprattutto quelle che puntano sull'accoglienza turistica, invitano i visitatori a partecipare alla raccolta e a provare la pigiatura a piedi nudi, recuperando un gesto antico in chiave di esperienza. Più che semplice folklore, queste iniziative tengono vivo il legame tra il vino e il territorio, ricordando che dietro ogni bottiglia c'è una storia fatta di lavoro, di comunità e di festa.

La vendemmia, insomma, resta uno di quei momenti in cui il calendario agricolo e quello sociale si incontrano. Chi ha la possibilità di parteciparvi, anche solo per una mattina, scopre quanto sia ancora capace di creare un'atmosfera speciale, fatta di mani appiccicose di mosto, risate tra i filari e la soddisfazione di vedere le ceste riempirsi di grappoli maturi.