Prima di diventare una festa di coriandoli e costumi comprati al supermercato, il Carnevale era nei borghi italiani un tempo sospeso, in cui l'ordine abituale veniva rovesciato per qualche giorno prima dell'austerità della Quaresima. Si mangiava e si beveva in abbondanza, ci si nascondeva dietro una maschera per dire ciò che durante l'anno restava taciuto, si sfilava per le strade e alla fine si bruciava simbolicamente tutto ciò che si era vissuto. Molte di queste usanze non sono scomparse: in diversi paesi, dalle Alpi alla Sardegna, sopravvivono riti antichi che le comunità tramandano con cura e che raccontano un'Italia contadina, legata ai cicli delle stagioni e del lavoro nei campi.

Maschere, travestimenti e carri

Il cuore del Carnevale di paese era il travestimento. Non si trattava soltanto di divertirsi, ma di diventare per qualche ora qualcun altro, talvolta qualcosa di diverso dall'umano: animali, figure selvatiche, personaggi grotteschi. Le maschere erano spesso intagliate nel legno, cucite con stracci e pelli, decorate con ciò che si aveva in casa. Chi le indossava acquistava una libertà eccezionale: poteva prendere in giro i notabili, entrare nelle case, fare scherzi che in altri momenti sarebbero stati intollerabili.

Accanto alle maschere c'erano le sfilate. Nei centri più piccoli si trattava di cortei improvvisati, con carretti addobbati, suonatori e gruppi di giovani che passavano di casa in casa chiedendo uova, salsicce, vino e farina per il banchetto comune. Con il tempo, in alcune città, i carri sono diventati vere costruzioni allegoriche di cartapesta, come accade a Viareggio, ma lo spirito originario resta quello della festa collettiva, in cui il paese intero partecipa e nessuno è soltanto spettatore.

Il processo e il rogo del Carnevale

Uno dei momenti più diffusi e significativi era la fine del Carnevale, rappresentata come la morte di un personaggio. In moltissimi borghi si costruiva un fantoccio di paglia e stracci, chiamato con nomi diversi a seconda delle zone, che impersonava il Carnevale stesso. Nell'ultimo giorno di festa veniva portato in giro, accusato di tutti i guai dell'anno, dalle cattive annate agli scandali del paese, e sottoposto a un processo burlesco. Spesso gli si attribuiva un testamento, letto in pubblico, in cui con versi satirici si lasciavano ironici lasciti ai compaesani, occasione per punzecchiare vizi e debolezze di tutti.

Al termine del processo il fantoccio veniva condannato e bruciato in piazza, tra canti, pianti finti e risate. Il rogo segnava il passaggio dalla stagione dell'eccesso a quella della penitenza, ma conservava anche un significato più antico, legato all'idea di eliminare il vecchio per fare spazio al nuovo e propiziare la primavera. In alcune tradizioni accanto al Carnevale compariva la Quaresima, raffigurata come una vecchia magra e severa, a ricordare che la festa stava per finire.

Dai monti piemontesi alla Barbagia: riti che resistono

Il Carnevale di Ivrea è forse l'esempio più noto. La sua battaglia delle arance, in cui squadre di aranceri a piedi si scontrano con i tiratori che viaggiano sui carri, rievoca la ribellione del popolo contro la tirannia, impersonata nella festa dalla figura della Mugnaia, eroina che secondo la leggenda si sarebbe opposta al signore della città. Il rito è accompagnato da un cerimoniale complesso, con personaggi storici, cortei e il rogo degli scarli, i pali rivestiti di erica e ginepro che vengono incendiati nelle piazze.

In Sardegna, a Mamoiada, sfilano i Mamuthones, figure tra le più impressionanti del Carnevale italiano. Indossano maschere di legno scuro, pelli di pecora e grappoli di pesanti campanacci sulla schiena, che fanno risuonare avanzando con passi cadenzati e saltelli all'unisono. Li accompagnano gli Issohadores, vestiti con giubba rossa e armati di una fune con cui catturano scherzosamente gli spettatori. La loro prima uscita coincide con la festa di Sant'Antonio Abate, a gennaio, quando nel paese si accendono i grandi falò.

Nelle valli lombarde le tradizioni sono altrettanto vive. A Schignano, in provincia di Como, il Carnevale mette in scena la contrapposizione tra i Belli, eleganti e carichi di nastri, pizzi e ornamenti, e i Brutti, coperti di stracci e maschere di legno deformi, in un gioco che molti interpretano come il racconto della ricchezza e della povertà, e del legame del paese con l'emigrazione. La festa si chiude con il rogo del fantoccio. A Bagolino, in provincia di Brescia, protagonisti sono i Balarì, danzatori che indossano cappelli ornati con nastri e gioielli d'oro e ballano antiche danze al suono dei violini, e i Mascher, figure travestite che girano per il paese parlando in falsetto e prendendo in giro chi incontrano.

Anche il Sud conserva riti di grande suggestione. A Satriano di Lucania, in Basilicata, la figura più caratteristica è il Rumita, l'eremita, un uomo interamente ricoperto di edera che si muove in silenzio per le strade e bussa alle porte strofinandole con un bastone. Il suo passaggio è legato all'idea di fertilità e di rinascita della natura, e porta con sé l'augurio di un buon raccolto. Accanto a lui compaiono altre maschere tradizionali, come l'orso, che richiamano un mondo rurale in cui uomo e natura erano strettamente intrecciati.

I dolci della festa

Nessun Carnevale di paese era completo senza la sua tavola. Poiché la Quaresima imponeva rinunce, gli ultimi giorni erano l'occasione per consumare grassi, uova e zucchero, spesso preparando dolci fritti che si cucinavano in grandi quantità e si condividevano con vicini e parenti. Il più diffuso è la sfoglia sottile tagliata a strisce, fritta e spolverata di zucchero a velo, che cambia nome quasi a ogni regione: chiacchiere in Lombardia e in buona parte del Sud, frappe nel Lazio, bugie in Piemonte e in Liguria, cenci in Toscana, crostoli e galani nel Veneto e nel Friuli.

Accanto a queste ci sono le castagnole, piccole palline di impasto fritte e zuccherate, a volte arricchite con liquore o ripiene di crema, e le frittelle, preparate in molte varianti con uvetta, mele o riso. In Campania e in altre zone del Sud resiste il sanguinaccio, oggi crema dolce al cioccolato da accompagnare proprio alle chiacchiere.

Ciò che accomuna tutte queste tradizioni è il loro carattere comunitario. Il Carnevale dei borghi non era un evento da guardare, ma qualcosa da fare insieme: costruire le maschere, cucire i costumi, raccogliere le offerte, preparare il fantoccio e i dolci. È per questo che, ancora oggi, chi assiste ai riti di Mamoiada, Ivrea, Schignano, Bagolino o Satriano ha la sensazione di entrare in una memoria condivisa, custodita da generazioni e rinnovata ogni anno con la stessa passione.