Fino a pochi decenni fa le strade dei paesi e dei quartieri siciliani risuonavano di voci, richiami e rumori di bottega che oggi si sono quasi del tutto spenti. Erano i suoni degli antichi mestieri, lavori tramandati di padre in figlio, legati alle necessità quotidiane, alle risorse del territorio e a una società in gran parte contadina e artigiana. L'industrializzazione, la plastica, la grande distribuzione e i cambiamenti nello stile di vita li hanno resi via via superflui. Alcuni sopravvivono grazie alla passione di pochi artigiani o come attrazione culturale, altri esistono ormai soltanto nei ricordi degli anziani, nelle fotografie e nei musei etnografici.

I mestieri della strada

Tra le figure più caratteristiche c'era l'acquaiolo, che vendeva acqua fresca per le strade, talvolta aromatizzata con anice o limone, conservata in recipienti di terracotta che la mantenevano fresca. A Palermo restano ancora oggi alcuni chioschi storici che ne raccolgono l'eredità. Accanto a lui passavano i venditori ambulanti di ogni genere, con le loro abbanniate, i richiami cantilenati con cui decantavano la merce: verdure, pesce, ricotta, lumache, castagne arrostite. Le abbanniate sopravvivono in parte nei mercati storici, come Ballarò, la Vucciria e il Capo a Palermo o la Pescheria a Catania.

Tra i mestieri itineranti c'era anche lo stagnino, che riparava pentole e utensili di rame e di latta, e il conciabrocche, capace di rimettere insieme anfore e vasi di terracotta incrinati con fil di ferro e mastice. C'era l'arrotino, che girava con la sua mola per affilare coltelli e forbici, e l'ombrellaio, che riparava ombrelli rotti. Erano lavori nati in un'epoca in cui ogni oggetto aveva valore e si aggiustava finché era possibile.

Nelle città più grandi si incontrava poi il lustrascarpe, con la sua cassetta di legno, le spazzole e i barattoli di lucido, che nelle piazze e davanti ai caffè rendeva presentabili le scarpe di impiegati e signori. E nei paesi passava il capraio, che portava le capre di casa in casa e le mungeva davanti alla porta, offrendo latte appena munto alle famiglie. Erano figure familiari, che scandivano i ritmi della giornata e conoscevano tutti per nome.

Il carretto e i suoi artigiani

Simbolo stesso della Sicilia popolare, il carretto siciliano era il mezzo di trasporto delle merci e richiedeva il lavoro di diversi artigiani specializzati. Il carradore costruiva la struttura in legno e le ruote, il fabbro forgiava le parti in ferro e le decorazioni metalliche, l'intagliatore scolpiva le sponde, i raggi e le altre parti in legno, e infine il pittore di carretti dipingeva le sponde con scene tratte dalla storia, dalle leggende cavalleresche, dalla religione, utilizzando colori vivaci come il rosso e il giallo. Anche la bardatura del cavallo, con pennacchi e ornamenti, era un'opera d'arte a sé.

Con l'arrivo dei mezzi a motore il carretto ha perso la sua funzione pratica e con esso si sono ridotti drasticamente i mestieri che lo rendevano possibile. Oggi pochi maestri continuano a costruire e dipingere carretti, soprattutto per collezionisti, musei e manifestazioni folkloristiche.

Il cantastorie e il puparo

Nelle piazze, durante le fiere e le feste, il cantastorie raccontava in versi fatti di cronaca, vicende di briganti, storie d'amore e di tragedia, accompagnandosi con la chitarra e indicando con una bacchetta i riquadri di un grande cartellone dipinto. Era una forma di informazione e di intrattenimento popolare in un'epoca in cui molte persone non sapevano leggere. Figure come Orazio Strano e Ciccio Busacca hanno reso celebre questo mestiere anche fuori dall'isola.

Strettamente legato al mondo delle storie cavalleresche è il puparo, l'artigiano e attore dell'Opera dei Pupi. I pupari costruivano le marionette in legno, con armature metalliche cesellate, e mettevano in scena le gesta dei paladini di Francia, Orlando, Rinaldo, Carlo Magno. L'Opera dei Pupi è stata riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, e alcune famiglie di pupari, a Palermo, Catania e Acireale, continuano ancora oggi a tenerla viva, anche se i teatri sono molto meno numerosi di un tempo.

I mestieri del mare e della terra

Lungo le coste, la pesca del tonno con la tonnara era un'attività che coinvolgeva intere comunità. Il rais guidava i tonnaroti nella mattanza, il momento culminante della pesca, accompagnato da canti di lavoro chiamati cialome. Con il declino delle tonnare tradizionali, molte strutture sono state abbandonate o trasformate in luoghi di memoria, come l'ex stabilimento Florio a Favignana.

Nelle saline del Trapanese e di Marsala i salinari lavoravano per raccogliere il sale a mano, sotto il sole estivo, con i mulini a vento che pompavano l'acqua tra le vasche. Alcune saline sono ancora attive e conservano metodi tradizionali, ma il numero di persone impiegate è molto ridotto.

Nelle zone montuose, come le Madonie e i Nebrodi, esisteva il mestiere del nevaiolo, che raccoglieva la neve durante l'inverno e la conservava compressa in apposite fosse, le neviere, per venderla d'estate nelle città, dove serviva per conservare alimenti e preparare sorbetti e granite. Con l'arrivo del frigorifero questo lavoro è scomparso del tutto, ma le neviere sono ancora visibili in molti territori montani.

Nelle campagne erano diffusi mestieri stagionali come quello del carbonaio, che nei boschi trasformava la legna in carbone attraverso la lenta combustione delle carbonaie, sorvegliate giorno e notte per settimane. Accanto a lui lavoravano i pastori che producevano formaggi e ricotta nei casolari di montagna, secondo tecniche ancora oggi in parte conservate, e i mietitori che si spostavano di paese in paese durante l'estate per la raccolta del grano.

Le botteghe artigiane

Nei paesi non mancavano il cestaio, che intrecciava canne, giunchi e vimini per realizzare cesti e contenitori usati nei campi e in casa, e l'impagliatore di sedie, che rifaceva le sedute con la paglia o la corda. C'erano il bottaio, indispensabile nelle zone vinicole, il sellaio, il maniscalco che ferrava cavalli e muli, il ricamatore e le tessitrici che lavoravano al telaio domestico.

Molti di questi saperi non sono scomparsi del tutto. Associazioni culturali, scuole di artigianato e singoli maestri cercano di trasmetterli ai giovani, trasformandoli talvolta in nuove opportunità legate al turismo e all'artigianato artistico. Raccontarli significa custodire una parte importante dell'identità siciliana e del suo rapporto con il lavoro, la comunità e il territorio.